Appunti visivi

Stavo navigando pigramente sul web quando mi sono imbattuta in un blog delizioso, quello dell’illustratrice Simonetta Capecchi che sul suo taccuino virtuale mostra una quantità di magnifici acquarelli, un modo di raccontare posti, viaggi ed impressioni al quale molti di noi forse non sono più abituati, dato che oggi raccontiamo tutto con le foto digitali.

Per tutti i fotografi

Tutti i viaggiatori portano a casa foto delle proprie vacanze, alcuni di noi tornano da un viaggio con scatti interessanti e in pochi con veri e propri capolavori.

Chi pensa di far parte di quest’ultima categoria può partecipare al concorso Live the Cover! di Condé Nast Traveller: basta inviare entro il 25 Giugno una foto del proprio ricordo di viaggio più bello, insieme a una dettagliata descrizione della situazione a cui la foto si riferisce. Il premio? Un soggiorno di 7 giorni per due persone nell’esclusivo Hotel Marqués de Riscal, Elciego (Spagna) disegnato da Frank Gehry – in copertina sul numero di Maggio – incluso volo e trasferimento per un valore di 10.000$.

L’Australia inesplorata

Stavo sfogliando uno degli ultimi numeri di Australian Traveller, una rivista di viaggi che pubblica sempre articoli originali e interessanti, e sono rimasta senza parole.

Il numero speciale di Aprile, che si trova ancora nelle edicole australiane è interamente dedicato alle “100 cose da fare in Australia di cui non avete mai sentito parlare”, un elenco di destinazioni e viaggi normalmente non inseriti nelle guide di viaggio ma che sono assolutamente da prendere in considerazione e che in alcuni casi sono nettamente superiori ai classici tour del continente rosso. Perché l’Australia non è solo Uluru e la Barriera Corallina.

Tra 100 destinazioni della lista una mi ha colpito in particolare: un giro rigorosamente in aereo sopra le Painted Hills, una zona di soli 30Km x 10km di estensione, situata nel nord dello stato del South Australia scoperta solo nel 2006

Brunch? No: Yum Cha!

ravioli al vapore

La Domenica mattina, magari dopo aver fatto le ore piccole il Sabato sera, l’ora della colazione si avvicina pericolosamente a quella del pranzo. In molte città sarebbe l’occasione per un brunch, qui a Melbourne l’alternativa più popolare è lo Yum Cha, ovvero il rito del trovarsi a bere tè accompagnando la bevanda con un pasto a base di varie piccole pietanze della cucina cinese o dim sum.

Yum Cha significa infatti letteralmente “bere té” in Cantonese e si tratta di una tradizione importata in Australia dalla comunità cinese, inventata nel sud del paese ben prima che il concetto di finger food e di brunchdiventassero trendy.

Gnocchi all’australiana

Da quando sono a Melbourne non faccio altro che saltellare da un locale all’altro in cerca di specialità decantate dai vari amici che vivono qui. Per fortuna che qui i ristoranti sono relativamente economici, se i prezzi fossero quelli italiani il mio soggiorno in Australia finirebbe molto presto.

Alla fine Venerdì è stata la volta del ristorante italiano. Io in genere evito accuratamente di cercare cibo italiano fuori dai confini nazionali, ma in questo caso non ho potuto rifiutare… per fortuna, devo aggiungere, perché quello che ho assaggiato mi ha lasciato senza parole.

Nomadismo, mobilità e tecnologia

Continuando a riflettere sul tema del viaggio e della tecnologia mi sono ricordata di un bel post che avevo letto tempo fa su uno dei blog che visito di frequente.

Ci sono varie parti di quel post che mi hanno fatto riflettere, tra cui un passaggio in particolare:

Perchè si possa parlare di nomadismo bisogna quindi concordare con il fatto che si intende contrapporre il concetto a quello di appartenenza a uno specifico territorio.

Io credo che esista un legame ancestrale tra il luogo in cui si è nati e la lontananza da tale luogo porta ad una malattia detta “nostalgia” (nostòs-àlgia = dolore del ritorno) un legame che ci rende emotivamente più simili alle anguille, ai salmoni, alle rondini, alle balene che non agli scimpanzè, se poi la permanenza nel luogo di nascita si protrae fino all’assunzione di elementi culturali e sociali come la lingua, o meglio il dialetto, la scuola o la tribù o, meglio ancora il “clan”, il legame si arricchisce di impronte che diventano percepibili anche oltre la pura sfera emozionale.
(…)

I biscotti e l’Anzac Day

Il motivo per cui quando viaggio cerco di andare nei posti dove conosco almeno qualche “indigeno” è che in questo modo si può vivere “da locale” almeno in qualche occasione.

Quindi in occasione dell’Anzac Day – festa nazionale molto sentita qui in Australia, commemora i caduti australiani e neozelandesi di tutte le guerre e si tiene il 25 Aprile, data che ricorda la battaglia di Gallipoli, in questa data si celebra in senso lato il sentimento patriottico – ovviamente ho cominciato ad informarmi sulle celebrazioni e su cosa si fa normalmente durante l’Anzac Day.

Analogico e digitale

L’artigianato nell’era di Second Life.

Passeggiando tranquilla nei Botanical Garden a Melbourne, osservavo pigramente i banchini dell’ultimo mercato d’autunno, con cibi bio e artigianato in bella mostra. Tutto rigorosamente fatto a mano e ruspante, come si confà ai mercatini del week-end che si tengono in mezzo a un prato.

Tra i tanti spicca un venditore di bigiotteria fatta con foglie e petali racchiusi in strati di resina trasparente: bellissimi e coloratissimi. Io e Jackie non possiamo fare a meno di tuffarci a capofitto verso tali capolavori e ovviamente attacchiamo discorso col venditore, che con uno strano accento e un fare da matto inizia a raccontarci di come fabbrica i suoi gioielli.