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La locandina della mostra L’avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente, a Palazzo Strozzi, Firenze fino al 19 Gennaio 2014

Si può raccontare una mostra d’arte? Si possono raccontare le storie che stanno dietro alle opere esposte e trascinare il visitatore nel mondo rappresentato dagli artisti? Queste le domande che mi sono posta ieri prima di essere invitata insieme ad altri giornalisti a un esperimento veramente interessante: la visita alla mostra L’Avanguardia Russa, la Siberia e l’Oriente con una “guida” un po’ particolare, lo scrittore Nicolai Lilin; per capirci l’autore di Educazione Siberiana. Lilin ha poi tenuto nel pomeriggio una conferenza aperta al pubblico per parlare degli elementi della cultura siberiana presenti nella mostra.

Per la cronaca la mostra in questione sarà in calendario a Palazzo Strozzi (Firenze) fino al 19 Gennaio.

Come tutti i presenti sono stata veramente colpita da questo esperimento: non capita tutti i giorni di poter visitare una mostra tanto complessa accompagnata, o per essere più precisi “animata” dal racconto di uno scrittore di best seller. E devo dire che l’esperimento è riuscito.

Lezioni di Storytelling

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I gesti di Nicolai Lilin mentre parla delle opere in mostra e racconta aneddoti sulla Siberia

Negli ultimi anni si è parlato moltissimo nel mondo della comunicazione (digitale e non) dell’approccio narrativo: applicare lo Storytelling agli eventi culturali, soprattutto a mostre d’arte, è però una cosa piuttosto difficile.

Infatti mettere insieme suggestioni, storie, informazioni e trovare il giusto compromesso tra divulgazione, accuratezza e intrattenimento non è cosa da poco. Inoltre per gli adulti la mostra d’arte è un’esperienza individuale e il più delle volte passiva: Palazzo Strozzi aveva già provato a rovesciare la situazione con le sue conversazioni sull’arte di cui ho scritto alcuni mesi fa. La presenza di uno Storyteller professionista però questa volta ha fatto la differenza.

Indipendentemente da quello che si pensa dei romanzi di Lilin e delle tante polemiche che in passato sono emerse sulla veridicità delle sue storie, è infatti innegabile che questo trentenne sia un grande affabulatore: il tipo di persona che riuscirebbe a rendere interessante anche la lettura dell’elenco telefonico.

Infatti oltre alle parole Lilin racconta le sue storie con i gesti, con le espressioni, senza contare le immagini tatuate sul suo corpo che già di per sé raccontano una storia. Insomma, una performance da attore consumato o meglio da esperto “cantastorie”.

Ecco: quello che è stato interessante di questo esperimento è il fatto di aver scelto un “cantastorie” per raccontare quello che del quadro in genere ignoriamo. Un cantastorie tradizionale è proprio quella persona capace di costruire un mondo, fartici entrare dentro e farti credere che sia reale per tutta la durata del racconto.

Un viaggio per immagini

Così lo scrittore si è dilungato sui particolari della cultura siberiana presenti nelle opere in mostra, aggiungendo aneddoti e impressioni, fornendo una lettura diversa dei quadri legata alla propria esperienza: in un dialogo serrato con la coordinatrice scientifica di Palazzo Strozzi, Ludovica Sebregondi, Lilin ha trasportato tutti i presenti in un mondo fatto di magia e antiche tradizioni, di sangue e di poesia.

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Maestro Arufbek (Iran) Kalamkar. La caccia dello Shah Is’mail
XIX secolo, decorazione a stampa e manuale su tessuto di cotone [Mosca, Museo Statale di Arte Orientale]

L’essenza di questo “gioco” è svelata dallo stesso Lilin con una storia nella storia – un meccanismo degno del racconto delle Mille e una Notte, commentando l’arazzo Kalamkar. La caccia dello Shah Is’mail. Lo scrittore racconta di aver chiesto al nonno la storia che stava dietro a un tappeto “di influenza arabica” tessuto dalla nonna, con immagini simili a quelle dell’arazzo esposto: il nonno risponde che sul tappeto era raccontata la storia di quando lui la rapì dall’harem di uno sceicco, per poi sposarla; in realtà la donna era stata rapita – come era uso tra le popolazioni siberiane, ci dice Lilin – dal proprio villaggio in Siberia, il resto della storia era frutto di fantasia, forse ispirata proprio alle Mille e una Notte.

Un po’ come il piccolo Nicolai che ascolta – e crede – al racconto del nonno, anche noi ci siamo quindi imbarcati in un viaggio all’interno di riti iniziatici e battute di caccia, dove principesse arabe incontrano briganti siberiani in un’atmosfera dove la realtà e sospesa, gustandoci quindi la mostra con altri occhi, senza rinunciare alle note di storia dell’arte che sono emerse durante il dialogo.

L’aggiunta del racconto permette di non farsi “distrarre” troppo dai dati storici, rendendo al tempo stesso semplice e emozionante questo viaggio nella Russia e oltre, nei territori – veri o soltanto immaginati – dell’Oriente delle Avanguardie.

Ora non ci resta che aspettare con trepidazione che questo esperimento si ripeta con altri storytellers, siano essi scrittori o – perché no? – musicisti o attori…

 

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