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Continuando a riflettere sul tema del viaggio e della tecnologia mi sono ricordata di un bel post che avevo letto tempo fa su uno dei blog che visito di frequente.

Ci sono varie parti di quel post che mi hanno fatto riflettere, tra cui un passaggio in particolare:

Perchè si possa parlare di nomadismo bisogna quindi concordare con il fatto che si intende contrapporre il concetto a quello di appartenenza a uno specifico territorio.

Io credo che esista un legame ancestrale tra il luogo in cui si è nati e la lontananza da tale luogo porta ad una malattia detta “nostalgia” (nostòs-àlgia = dolore del ritorno) un legame che ci rende emotivamente più simili alle anguille, ai salmoni, alle rondini, alle balene che non agli scimpanzè, se poi la permanenza nel luogo di nascita si protrae fino all’assunzione di elementi culturali e sociali come la lingua, o meglio il dialetto, la scuola o la tribù o, meglio ancora il “clan”, il legame si arricchisce di impronte che diventano percepibili anche oltre la pura sfera emozionale.
(…)
tutti sostenevano che ciò che è oggi possibile, in un mondo costantemente in viaggio, è un movimento esteso nel territorio senza dover rinunciare all’appartenenza al clan e soprattutto la possibilità di creare nuovi clan basati più sulla sintonia emozionale più che sulla appartenenza territoriale.

Mentre in passato, l’emigrante o il “commesso viaggiatore” era costretto a rinunciare al clan per guadagnarsi il mondo, e il clan era necessariamente quello del proprio territorio di origine, oggi possiamo non solo creare clan di affinità (con il telefono, i blog, le immagini condivise) ma soprattutto coltivarli tanto che basta un “richiamo” forte di un membro autorevole del clan (una volta con il suono del corno o con il falò, oggi con la e-mail e Skype) che i membri si mettono in viaggio per dare vita al Pow-Wow, l’incontro periodico festoso della tribù.

Trovo questa riflessione interessante perché molto spesso mi sono trovata a riflettere insieme a qualche amico viaggiatore di lunga data di quante possibilità di scelta ci offra la tecnologia in fatto di comunicazione.

Mi ricordo il mio primo trasferimento fuori dall’Italia per un lungo periodo, un anno a Parigi, e nonostante non fosse una destinazione lontana o remota, la comunicazione quotidiana con il proprio “clan” era piena di ostacoli, senza Skype e con pochi amici che avevano l’e-mail o la possibilità di accedervi regolarmente.

In compenso molti dei contatti di quel periodo e degli anni dell’università vissuti da studente fuori sede, restano intatti anche grazie a Skype, IM, mail e tutti quegli strumenti che appunto ci permettono di restare in comunicazione con il gruppo che consideriamo di appartenenza.

Non che tutto questo tagli fuori la territorialità, che a mio avviso esiste ed è per me importante: sembra una banalità ma se non si sa da dove si viene è difficile andare in giro per il mondo e apprezzare luoghi e culture, semplicemente tutto diventa relativo e il troppo relativismo non è mai un bene.

Il bello del voip e dell’e-mail è proprio che da un lato ti connette con un mondo che va al di là dei confini in cui in un dato momento ci si trova, ma dall’altro ci permette di rimanere in contatto con il posto che chiamiamo casa quando siamo lontani.

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